Riforma III dell'imposizione dell imprese

Stato: febbraio 2017

In breve

La Riforma III dell’imposizione delle imprese era intesa a rafforzare l’attrattiva della piazza fiscale svizzera e ristabilire il consenso internazionale riguardo al modello elvetico di imposizione delle imprese. In particolare viene criticata l’imposizione ridotta per le società holding, le società di domicilio e le società miste. La riforma si prefiggeva di eliminare le differenze d’imposizione applicate dai Cantoni agli utili conseguiti dalle imprese estere e nazionali. Per poter rimanere competitivi a livello internazionale, la ricerca e lo sviluppo venivano sgravati fiscalmente. La Confederazione intendeva inoltre aumentare la quota di partecipazione dei Cantoni al gettito dell’imposta federale diretta. In questo modo i Cantoni avrebbero potuto ridurre le loro imposte sull’utile e mantenere la loro competitività. Contro la Riforma è stato lanciato un referendum. Gli oppositori temevano che la popolazione sarebbe stata costretta a compensare elevate perdite del gettito. Il 12 febbraio 2017 la Riforma è stata respinta da Popolo e Cantoni.


Situazione iniziale

Nell’ambito dell’imposizione delle imprese sussiste un’intensa concorrenza fiscale internazionale. Caratterizzata da un’economia nazionale piccola e aperta, la Svizzera deve poter affermare la propria presenza in tale ambito. Dalla metà dello scorso decennio, l’imposizione delle imprese è sempre più nel mirino delle critiche internazionali. Il progetto più significativo e vasto a tale riguardo è il piano d’azione dell’OCSE volto a lottare contro l’erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili (BEPS – Base erosion and profit shifting). Esso mira a limitare il margine di manovra delle imprese multinazionali nel campo dell’imposizione delle imprese nonché a ridurre i rischi connessi allo sfruttamento delle lacune esistenti nella fiscalità internazionale.

Le critiche internazionali riguardano l’imposizione ridotta dei redditi conseguiti all’estero da società holding, società di domicilio e società miste. Queste cosiddette società con statuto speciale godono di un particolare statuto fiscale cantonale.

Le società con statuto speciale rivestono una grande importanza economica. Nel 2012 hanno versato alla Confederazione imposte sull’utile pari a circa 4,1 miliardi di franchi (compresa la quota dei Cantoni all’imposta federale diretta). Ciò corrisponde approssimativamente alla metà dell’intero gettito dell’imposta sull’utile della Confederazione. Nei Cantoni e Comuni tali entrate costituiscono, con una quota stimata a 2,1 miliardi di franchi (compresa la quota dei Cantoni all’imposta federale diretta), circa un quinto del gettito annuo dell’imposta sull’utile.

Contenuto della riforma

Con la Riforma III dell’imposizione delle imprese l’imposizione ridotta delle società con statuto speciale sarebbe stata abolita. La perdita di competitività della Svizzera che ne sarebbe conseguita avrebbe dovuto essere compensata con misure accettate a livello internazionale.

Le nuove misure miravano soprattutto a promuovere l’innovazione. Ad esempio, per i ricavi da brevetti e diritti analoghi era prevista un’imposizione ridotta basata sul modello del patent box. Per la ricerca e lo sviluppo si intendeva concedere una deduzione più elevata rispetto alle spese effettive. Le misure in materia di politica fiscale sarebbero state attuate prevalentemente nei Cantoni e nei loro Comuni. Ogni Cantone sarebbe stato libero di attuare le misure previste in base alla propria politica fiscale.

La Confederazione sostiene i Cantoni

In concomitanza con la riforma, numerosi Cantoni intendevano ridurre le loro imposte sull’utile al fine di mantenere l’attrattiva della loro piazza imprenditoriale. La Confederazione era intenzionata ad aiutare i Cantoni nel sostenere le conseguenze finanziarie di queste riduzioni, dato che anche lei trae profitto dall’attrattiva della piazza imprenditoriale. Per questo motivo la Riforma prevedeva che la Confederazione aumentasse la quota di partecipazione dei Cantoni al gettito dell’imposta federale diretta. A tale scopo, la quota dei Cantoni all’imposta federale diretta sarebbe stata aumentata dall’attuale 17 al 21,2 per cento. Inoltre, il sistema della perequazione finanziaria sarebbe stato adeguato al nuovo contesto giuridico-fiscale.

Ripercussioni finanziarie

Per la Confederazione l’aumento della quota cantonale all’imposta federale diretta (920 mio. fr.) e il contributo complementare per i Cantoni finanziariamente deboli (180 mio. fr.) avrebbe comportato un ammanco di entrate annuo pari a 1,1 miliardi di franchi. L’imposta sull’utile con deduzione degli interessi sul capitale proprio superiore alla media avrebbe causato ulteriori minori entrate, il cui importo sarebbe dipeso dal tasso d’interesse applicato.

La Confederazione avrebbe versato questi 1,1 miliardi di franchi ai Cantoni come sostegno per affrontare l’ammanco di entrate, determinato in particolare dalle riduzioni dell’imposta sull’utile, il cui importo non era però prevedibile. Anche l’imposta sull’utile con deduzione degli interessi avrebbe provocato una diminuzione delle entrate. Il tasso d’interesse applicato avrebbe determinato in che misura questa diminuzione avrebbe potuto essere compensata con l’adeguamento dell’imposizione degli utili distribuiti.

Queste cifre non comprendono eventuali effetti derivanti dalla migrazione o dall’insediamento di imprese o dal trasferimento di funzioni imprenditoriali.

Situazione attuale

Il 17 febbraio 2017 Popolo e Cantoni hanno respinto la RI imprese III con il 59,1 per cento di voti contrari

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